Il Polpo e la Civetta – La brama della Libertà

comitato scientifico sezionale

Ricordate le bellissime favole di Esopo, quelle che narrandoci storie di animali ci aiutavano a diventare grandi?

Il racconto di questo mese ci parla di Libertà e lo fa attraverso due episodi realmente accaduti e concernenti un polpo e una civetta.

Con il suo stile chiaro e particolareggiato, a ricordare quasi un po’ il verismo, il nostro Amico Cresta ci narra in maniera molto cruda un episodio di “pesca” che aveva vissuto da ragazzo.

Il racconto all’inizio non dipinge i protagonisti come “particolarmente sensibili al dolore di altri esseri viventi” (acciughe o polpi che siano) fino a che … fino a che un guizzo inaspettato accende un dubbio in Renato: “Io, fino a quel momento infervorato per la caccia, mi fermo stupito a guardare quella strategia di fuga”.

E così quella mossa improvvisa intelligente e istintiva, quel naturale anelito per la libertà che ogni essere vivente si porta dentro, accende in Renato una “corrispondenza” e un sentimento di solidarietà:

Ho smesso di partecipare alla caccia: per me il polpo si meritava la libertà…. quel trucco di assumere la forma di una palla per rotolare al mare mi ha fatto provare qualcosa che ancor oggi non so definire, forse una forma di rispetto per un essere vivente che escogita un’astuzia per mettersi in salvo da un predatore, un’ingegnosità per sopravvivere libero nel suo mare”.

Il racconto poi si sposta dagli scogli di Quinto a Forte Ratti: il nostro Amico ci racconta di come abbia preso una piccola morbida paffuta civetta e di come la stesse portando a casa. Durante la discesa però Renato sente il cuore del piccolo animale battere forte nella sua mano e, attraverso il battito, sente la paura della bestiola. Ecco che un altro dubbio inizia a sorgere, alimentato poi dalle innocue beccate che, con la forza che può avere una bestiola, gridano “Libertà”: “Libertà mi chiede questo esserino che racchiudo prigioniero nella mia mano”.

Di Libertà hanno scritto nella nostra Costituzione, di Libertà hanno cantato poeti e artisti, di Libertà si insegna e si studia a Scuola.

Solo che Libertà non è un diritto “solo” di noi esseri umani (diritto peraltro non scontato e dappertutto calpestato in giro per il mondo), Libertà è diritto di ogni essere vivente: “Dopo qualche istante lascio cadere la tentazione di tenerla, allungo il braccio ed apro la mano: un breve indugio, un rapido volger di testa ed i suoi grandi occhi che mi osservano, quasi a salutarmi, un silenzioso battere d’ali e, con un rapido volo, è sparita tra le fronde di un boschetto di giovani cipressi. A casa non ho raccontato niente”.

“Il CAI ….. ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale” ci dice il nostro articolo 1 dello Statuto.

Buona Montagna e buona Libertà a tutt*.

Grazie Renato! Ti aspettiamo al prossimo racconto.

Francesca Fabbri

Il Polpo e la Civetta
La brama della Libertà

È naturale il fatto di ricordare, ma mi è oscuro il capire perché tra i miei ricordi affiorino ora questo, ora quel ricordo, piuttosto insignificanti, e non uno di quelli che hanno avuto un certo peso nella mia vita. Ma, quando ci ripenso, mi rendo conto che alcuni di questi eventi di poca importanza apparente hanno profondamente influenzato la mia vita ed alcuni sono stati capaci di farmi riflettere, come i due che mi hanno fatto comprendere il concetto, il significato di libertà.

Rammento bene quella volta che, con gli amici di sempre, ero andato al mare, niente spiaggia, niente bagni con ombrelloni e sedie a sdraio; solo scogli, gli “scogli liberi” non lontani dalla Chiesa di Quinto, scogli ora in buona parte sommersi dalla colata di cemento che sostiene la scarpata a mare della strada.

Soliti tuffi, nuotate, qualche tentativo di pescare i piccoli polpi di scoglio con una polpara autoprodotta, ad imitazione di quelle in commercio. Umberto e Gigi, due fratelli, sono armati di un manico di scopa, cui è fissata una lenza che regge un tappo di sughero con infissa una corona di ami e lo fa simile alla polpara della foto. Un dado per bulloni, di misura adeguata, appesantisce il tappo e lo fa affondare nell’acqua.
Per catturare un polpo bastava aggiungere un piccolo straccio bianco e infilzare un’acciuga negli ami, poi muoversi tra gli scogli e immergere l’esca davanti ad ogni cavità dello scoglio, potenziale tana di un polpo. Incuriosito dallo straccio bianco ed ingolosito dall’acciuga, il polpo allungava i tentacoli tentando di afferrare quest’ultima ma i tentacoli che avevano abbracciato l’esca restavano conficcati negli ami, a quel punto non restava che tirarlo su.

Un giorno, durante un momento in cui ci stavamo riposando sul solito scoglio lambito da mare, stavo osservando una barca a vela al largo quando, con la coda dell’occhio vedo, alla mia destra, qualcosa che si muove nella cavità di uno scoglio che forma una minuscola laguna ricca di alghe, con una stretta apertura verso il mare.
Osservo con attenzione, sono i tentacoli di un polpo.
Faccio scattare l’allarme e tutti ci mettiamo in circolo attorno alla piccola laguna.
Dico a Gigi di sedersi nell’apertura per chiuderla ed impedire la fuga verso il mare aperto, nel frattempo Umberto entra nella pozza d’acqua e, muovendosi, fa spostare il polpo, che si è ben nascosto tra le alghe. Anche Sergio entra in acqua ed insieme lo spingono in acqua bassa, dove Umberto riesce a catturarlo, ma il polpo, dalla pelle viscida, gli sfugge dalle mani e ricade in acqua. Nuova manovra di accerchiamento e nuova cattura. Adesso Umberto riesce a portarlo fuori dall’acqua e lo lancia lontano, su uno scoglio, su “na ciappa”, una lastra inclinata ben discosta dal mare.
A questo punto osservo uno spettacolo che non mi sarei mai aspettato: il polpo resta un attimo fermo, come a riprendersi dall’intronamento della botta, poi porta gli otto tentacoli sopra la testa e, disponendoli tutti ad arco, si trasforma in una palla che prende a rotolare verso il mare.
La foto (di un polpo surgelato) rappresenta l’atteggiamento assunto dal polpo per raggiungere il mare.

Io, fino a quel momento infervorato per la caccia, mi fermo stupito a guardare quella strategia di fuga.
Non era lo strisciare rapido di una serpe, non era il convulso agitarsi del pesce appeso all’amo, non erano i violenti strattoni di una lepre sulla fune di un cappio, era una tattica di fuga che ho pensato fosse frutto d’intelligenza.
Ho smesso di partecipare alla caccia: per me il polpo si meritava la libertà. Ma Umberto non gliene ha dato il tempo, l’ha afferrato e, con un morso dietro la testa, l’ha ucciso.
Considerate le dimensioni, doveva essere un polpo vecchio di diversi anni: tenuto per la testa con una mano ed aperte le braccia all’altezza delle spalle, i tentacoli toccavano il suolo.
È finito in pentola ed io ero invitato a cena, ma ho declinato l’invito, nonostante il polpo mi piaccia molto.

Per vivere l’uomo primitivo si è fatto cacciatore e pescatore e noi, quando con il nostro tappo di sughero munito di artigli di acciaio catturavamo un polpo, lo mangiavamo senza problemi.

Il polpo che abbiamo catturato oggi era solo più grande del solito, ma quel trucco di assumere la forma di una palla per rotolare al mare mi ha fatto provare qualcosa che ancor oggi non so definire, forse una forma di rispetto per un essere vivente che escogita un’astuzia per mettersi in salvo da un predatore, un’ingegnosità per sopravvivere libero nel suo mare.
Per me il polpo si meritava la vittoria ai punti.

È stato verso la fine della stessa estate che, una seconda volta, mi sono trovato a distanza ravvicinata da un animale selvatico: è stata quella volta che, dopo essere salito tutto solo sino al Forte di Monte Ratti, ho catturato una civetta.
Catturare è un verbo improprio per dire che mi sono chinato ed ho preso in mano questo volatile: era a terra, accanto allo stipite destro dell’ingresso al forte, e mi sono accorto di lei perché si è mossa mentre mi avvicinavo.

 

 

Era piccolina, forse un nidiaceo ai suoi primi voli che non era stato più capace di tornare al nido, o forse un esemplare di Civetta nana (Glaucidium passerinum), la più piccola della sua specie.
Probabilmente abbacinata dal sole, non è fuggita quando ho allungato la mano e si è fatta tranquillamente raccogliere.

Era piacevole tenere in mano quell’esserino caldo che mi osservava un istante con i suoi grandi occhi chiari e curiosi, poi ruotava la testa sino a guardare indietro, come se cercasse di rivedere il luogo dove si era posata prima che mi impadronissi di lei.
L’ho osservata a lungo: anche la civetta è bella con quella sua livrea grigio scuro a piccole macchie chiare, come gli abiti indossati da molte donne di quel tempo.
L’ho tenuta racchiusa nella mano destra e, mentre percorrevo la strada del ritorno, sentivo sulla punta delle dita il pulsare del suo cuore, rapido più del mio e pensavo che fosse la paura a farlo battere così veloce.
Volevo portarla a casa come trofeo ma, eravamo ormai giunti alla Torretta di Quezzi, la mia prigioniera ha provato a beccarmi le dita, una, due, tre volte: non faceva un gran male, ma ho capito che, con quei colpi di becco, cercava di rompere i legami che la imprigionavano, con quelle beccate mi chiedeva di restituirle la libertà.
La libertà personale è inviolabile, ci aveva detto qualche mese prima l‘insegnante di Diritto Costituzionale. Allargando il concetto, ci ha fatto comprendere che è un diritto di tutti, uomini e donne, tuttavia, non aveva fatto alcun cenno alla libertà degli animali (non faceva parte del programma, quindi nessun biasimo, però nessuno mi ha mai parlato del diritto alla libertà degli animali selvatici).
Libertà va cercando, ch’è si cara come sa chi per lei vita rifiuta, ci aveva detto l’insegnante di lettere commentando le parole con cui Virgilio presenta Dante a Catone Uticense che, sebbene suicida, non è finito all’Inferno ma è stato accolto in Purgatorio perché è morto per amore di libertà; per questo il Poeta lo mette tra i salvati.
Libertà mi chiede questo esserino che racchiudo prigioniero nella mia mano.
Indugio qualche istante mentre penso: le beccate sulle mie dita sono forse l‘inizio della rivolta alla prigionia in cui la costringo?
Mi immagino il suo destino: se la porto a casa finirà in qualche gabbia ed un cacciatore la userà per adescare altri uccelli nella caccia alle allodole con la civetta viva (forma di caccia ora vietata).
Quelle beccate sono dunque l’inizio di una ribellione contro la schiavitù a cui sarà destinata?

Dopo qualche istante lascio cadere la tentazione di tenerla, allungo il braccio ed apro la mano: un breve indugio, un rapido volger di testa ed i suoi grandi occhi che mi osservano, quasi a salutarmi, un silenzioso battere d’ali e, con un rapido volo, è sparita tra le fronde di un boschetto di giovani cipressi.

A casa non ho raccontato niente.

Macugnaga, Agosto 2015

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